Anno 1951, il dodicesimo della mia storia.
1951, anno di grandi cambiamenti. Finisco le scuole elementari e inizio le scuole medie, con considerazioni sull'andare a bottega.
Grandi prove in quest'anno. Dall'esame di quinta elementare al primo smacco in quello successivo di ammissione alla prima media dove cado ingloriosamente, e me ne accorgo subito dopo la consegna della prova di matematica, in un risultato corretto, dovrebbe essere stato 51, ma errato nei decimali, per cui esatto dovrebbe essere stato 0,51.
Con l'aritmetica arrivavo sempre tra i primi a presentare i risultati, ovviamente corretti, e i decimali per me non costituivano un problema. Mi ricordo mentre scendevo le scale, tanto grandi, all'istituto dove si teneva l'esame. Fu nello scendere che ripetevo a mente la prova scritta appena sostenuta ed ebbi la quasi certezza di avere sbagliato con la virgola. Che fare? Intorno a me nessuno che conoscessi e al quale potessi rivolgermi. Ma da qualcuno ascoltai un commento sul risultato ed ebbi la conferma del mio insuccesso. Con chi parlarne?
Non eravamo in molti nella mia classe di quinta elementare che avremmo dovuto affrontere l'esame di ammissione alla scuola media. Questo mi disturbava, non poco. Deve esserci stato Renato Buosi, Crapanzano, Franco Dal Bianco, Ennio Gnocato e pochi altri. L'aritmetica e la geometria per me non rappresentavano una difficoltà e neppure il disegno. In analisi grammaticale avevo passato tragiche nottate l'anno prima. Passati all'analisi logica mi trovai abbastanza sicuro. Nelle nostre interrogazioni collettive a premio ne uscivo bene, tra i primi in aritmetica e non male in analisi logica. Sul comporre non ricordo nulla. Ma non ricordo di particolari difficoltà. Forse risentivo ancora dell'influenza del dialetto, la lingua di casa nostra. Ricordo che mi piacevano la storia e la geografia. La prima arrivava al nostro secolo, la seconda comprendeva i continenti extra europei. Tutto mi incuriosiva e niente mi metteva a disagio. Forse per questo, ma non ricordo nulla al riguardo, si decise che io dovessi affrontare l'esame di ammissione alla scuola media.
Sul finire del 1951 o forse agli inizi del 1952 ricorderei mia mamma esprimersi sul possibile per essere messo a bottega. Parlavamo dall'orafo De Poli, con negozio di là dal Siletto, e per qualche giorno parve che potesse essere la soluzione adatta a me. Sarà stato mio padre a non essere d'accordo. E se non fosse stato per lui sicuramente io non sarei mai arrivato a diplomarmi.
La prima media
La prima lezione.
Siamo in un'aula al piano terreno in Piazza San Francesco. La prima lezione si è svolta la mattina precedente. La teneva la professoressa di "lettere", una figura sul mingherlino, non ricordo se bella. Sicuramente distinta ed elegante. Scriverò di più, in particolare sulla sua disponibilità. Ci siamo appena accomodati al posto, e quella mi chiama. Capisco che devo uscire dal banco e salire sulla predella a fianco della cattedra. Già la cosa mi disturbava, in quell'ambiente dove non conoscevo nessuno, ma proprio nessuno.
Ora cercando dei nomi di compagni di quel giorno, come avrei capito più avanti, ricordo Bepin, Giuseppe Carniato, che ancora incontro e ci salutiamo, ed Edy Zanfranceschi che se ne è andato avanti da anni. Era uno che sapeva e forse abitava la Calmaggiore.
Forse dovetti spiegare da quale scuola elementare provenivo, di chi ero figlio, quale lavoro svolgesse mio padre. Forse.
Ciò che non dimentico di quella lezione fu il mio silenzio e il crescente disagio che mi provocò quel silenzio. Avrei dovuto esporre quanto l'insegnante aveva spiegato il giorno prima. Venivo preso di sorpresa. Io non ricordavo nulla, ma proprio nulla. Il tragico fu il perdurare, che ricorderei lunghissimo, del mio stare in piedi a fianco della cattedra, senza sapere esprimere una parola. È probabile che non avessi capito neppure come comportarmi. Mi fu fatta una domanda. Forse non l'avevo capita, ma che importava? Ciò che mi disturbava era il silenzio che ormai non finiva più. Il silenzio mio, ma non dell'insegnante che dopo molto tempo parlò per criticare il mio comportamento e, sicuramente, la mia provenienza da una scuola di preti.
Sul finire del 1951 Elena doveva essere a casa nostra. La nostra tata più cara, un'amica di giochi. Partecipe all'esame del mio possibile andare a bottega.