A Treviso, Via Marchesan ovvero del coraggio. Perché una comunità per gli handicappati.
Della Bruna, di Luca, della Bianca, ovvero del coraggio: questo è il senso sotto il quale viene nascendo, in una vecchia casa di via Marchesan, la Comunità del Quadrifoglio.
Tra qualche anno questa realtà avrà ormai radici e rami in città, e per chi l'ha voluta, sarà bello voltarsi e riandare ai primi passi dell'impresa. Ma adesso è il momento del coraggio. Delle difficoltà che sembrano montagne. Delle incertezze e dello scoramento. Dello scetticismo vagante nell'espressione dei familiari e degli amici. E però anche il momento dello slancio, delle speranze gettate al di là degli ostacoli e perfino del buon senso. Si tratta di agire, finalmente. Per un handicappato, e del resto per chiunque, agire significa vivere. Invero c'è per tutti una lezione nella vicenda di questi giovani che, colpiti da gravi handicap fisici, decidono di ribellarsi all'inattività, alla dipendenza, all'isolamento e all'esclusione sociale. Prima di diventare esperienza quotidiana di vita comunitaria, la Comunità è stata immagine confusa, sentimento, idea tormentosamente maturata nell'interiorità del singolo, e quindi in famiglia, e poi nelle riunioni del sabato pomeriggio a Santa Maria Maggiore, e poi ancora nelle interminabili telefonate che servivano a stringere una trama di amicizie solitamente negata per chi sia inchiodato in casa, su una carrozzella.
Ma quando c'è qualcuno che trova la forza d'animo per chiamare "spider" la propria carrozzella, allora gli spiriti non possono non cementarsi, e le idee non crescere, ma diventare di tutti per trasformarsi via via in realtà concreta. Questa realtà è oggi la casa di via Marchesan, raccolta tra il verde ed altre case. Nei pressi dell'Archivio di Stato.
E' proprietà della Provincia, e la storia dei rapporti di quelli della Comunità con l'amministrazione si estende lungo un periodo di quasi due anni. Tanto, e forse non poteva essere diversamente, è occorso perché negli amministratori maturasse il convincimento, che quel gruppetto di handicappati che chiedeva un tetto per poter vivere insieme, lavorare e integrarsi nel tessuto vivo della città meritava ascolto. E altrettanto è durata, e sarebbe durata ancora, l'ostinazione di quegli del Quadrifoglio. Un paio di mesi fa, il gran giorno della decisione, ed ecco a disposizione della Comunità lo stabile un po' precario, ma sempre stabile, che per anni il Gruppo Folkloristico trevigiano ha rallegrato di canti e balli sorridenti, pieni di garbo.
Ora c'è fervore di muratori e pittori, perché l'ente pubblico si è impegnato a tenere sulla casa, nella misura e nel modo giusto, la mano protettrice, e un via vai di amici e di cittadini che vengono a dare aiuto, o soltanto a vedere come se la cavano questi handicappati. Vengono sopra tutti i giovani, con cuore aperto e spirito di servizio che resta saldo anche nelle incombenze più umili. Vengono, avvertiti chi sa come e alacri come api, i giovanissimi, a portare la carta raccolta per le case. E offerte di sostegno cominciano a giungere da sconosciuti, mossi da qualche loro privata ragione.
Sono questi gli aspetti nuovissimi dell'esperienza, che si inscrive nel segno del tempo d'oggi, tenebra e luce, egoismo e solidarietà, disperazione e speranza, incredibilmente mescolata insieme. S'è detto, le difficoltà di cominciare a vivere sono grandi. Ma la storia non è che alle prime pagine. Il seguito dovremo scriverlo tutti insieme noi trevigiani. Sarà, perché deve essere, una bella storia.
Fonte La Tribuna di Treviso del 21 giugno 1980 - Articolo segnalato dall'autore: Lucio Polo.