mercoledì 27 aprile 2011

E-waste


Il web sarà sempre più user generated

Su e-waste non conoscevo nulla fino all'11 dicembre 2009. Da alcune ricerche mi sono fatto l'idea di essere un contributore di e-waste di un certo rispetto. Pensavo di occuparmi di modernariato, ma temo di trovarmi in una posizione di vero disagio.

La spazzatura informatica è un pericolo per l'ambiente e la salute.
Le leggi ci sono. Il corretto smaltimento spetta al produttore. Riciclo o donazione contro e-waste.
Ecco come disfarsi di pc e cellulari. Molti pagherebbero di più per avere computer meno inquininanti.

L'incubo si chiama e-waste. Ovvero quelle tonnellate di spazzatura elettronica che nella maggior parte dei casi finisce in cantina o in soffitta, dimenticata nella polvere anche se ancora perfettamente funzionante.

Questo è il mio caso.

Sono il risultato della febbre del consumismo tecnologico, la rapidità con cui l'ultimo modello di notebook o cellulare - più potente, esteticamente accattivante, dunque più appetibile e sempre meno costoso - va a sostituire il vecchio. Sempre più spesso capita di vedere vecchi monitor con tubo catodico o processori abbandonati accanto al cassonetto della spazzatura: un gesto di inciviltà che costa caro all'intero pianeta.

Quello dei rifiuti hi-tech è un problema destinato a raggiungere proporzioni preoccupanti, e non soltanto per i volumi crescenti (si stima che circa 30 milioni di pc, con una durata media di due anni di vita, vengano gettati ogni anno solo negli Stati Uniti, ma pensiamo anche alle batterie dei cellulari - anche quelli dimessi - presenti nelle case degli italiani).
C'è da tener conto anche della pericolosità di alcuni componenti presenti nei dispositivi elettrici ed elettronici: mercurio, cromo, cadmio, plastica, piombo, sostanze tossiche che vanno separate e trattate adeguatamente e che, per quanto possibile, dovrebbero essere tenute ben lontane dalle discariche.

Cosa fare, allora, se vogliamo mandare in pensione il nostro vecchio pc senza causare troppi danni all'ambiente?
Le strade percorribili - e previste dalla legge italiana, che recepisce le direttive europee WEEE - Waste from Electrical and Electronic Equipment, 2002/96/CE, e RoHS Restriction of Hazardous Substances, 2002/95/CE - sono due, e girano alla larga dal cassonetto sotto casa.
La prima: consegnare l'apparecchio al rivenditore, nel caso in cui abbiamo intenzione di sostituirlo con un altro più nuovo e potente. Al negoziante spetterà la valutazione dell'usato, quindi lo riconsegnerà a sua volta alla casa produttrice.
La seconda: portare il vecchio dispositivo nella piazzola ecologica del proprio comune.
"In entrambi i casi, spetta al produttore provvedere al corretto smaltimento del rifiuto tecnologico", spiegano dal Consorzio EcoR'it, delegato alla raccolta e trattamento dell'e-waste dalle più prestigiose aziende hi-tech presenti in Italia.
"In questo caso, il vecchio pc sarà smembrato nelle varie componenti, facendo attenzione a separare le sostanze pericolose dalle materie prime-seconde, come rame o plastica, fino a massimizzarne il recupero: sono riutilizzabili e vengono spesso rivendute ai mercati nazionali ed esteri".

Di fatto, i produttori hanno il loro guadagno, la quantità di e-spazzatura destinata in discarica si riduce, con la conseguente diminuzione dei rischi legati alla gestione di quei composti tossici.
Il consumatore, dal canto suo, acquista una nuova consapevolezza e si mette la coscienza a posto.
Se consideriamo, però, che la gran parte dei processori dismessi sono ancora perfettamente funzionanti - e in fondo lo sa bene chi vuole disfarsene - si è ancora in tempo per giocare la carta della donazione. Scuole, centri sociali, organizzazioni senza scopo di lucro e altri enti benefici non aspettano altro che un pc non troppo obsoleto ma ancora sufficientemente valido per poter eseguire le operazioni di base. Così, avrete garantito al vecchio compagno di studio o lavoro una seconda vita, che è pur sempre una consolazione. Del resto, lo scenario che ruota attorno alla spinosa questione dello smaltimento e recupero dei rifiuti hi-tech è ancora aperto: da un lato, produttori illustri di tecnologia informatica annunciano di voler ridurre le sostanze pericolose contenute nei grandi e piccoli apparecchi elettrici ed elettronici, dall'altro i consumatori fanno sapere di essere disposti a pagare di più - fino a 197 dollari, secondo Greenpeace - purché il loro computer inquini di meno. E, almeno in Italia, la legislazione è assai dettagliata, ma ancora lontana dall'essere completamente operativa.

Eppure siamo al 1 luglio 2006, data in cui tutti i produttori hi-tech operanti nell'Unione Europea non potranno più immettere sul mercato apparecchi contenenti composti tossici e altamente inquinanti, se non nei limiti prefissati. In più, dovranno assumersi la responsabilità dell'intero ciclo di vita dei loro dispositivi, dalla progettazione - che diventa eco-compatibile - al riciclo di tutto ciò che è recuperabile. Come dire, chi inquina paga. Anche se fino ad oggi a rimetterci è stata solo la salute dell'ambiente e dell'uomo. (3 luglio 2006).

Ghana anello della sporca catena dell'e-waste europea.

Un'equipe scientifica di Greenpeace, condotta dal campainer Kim Schoppink e dalla fotografa Kate Davison, è andata in Ghana per raccogliere le prove su quel che succede davvero ai nostri rifiuti elettronici ed ha scoperto che il Paese africano è una delle terre più massacrate dall'e-waste, che sta causando un vero e proprio disastro ambientale diffuso.
"La nostra analisi dei campioni prelevati da due discariche di rifiuti elettronici in Ghana - spiegano a Greenpeace international - ha rilevato una grave contaminazione da sostanze chimiche pericolose".
La crescente domanda mondiale di telefonini all'ultima moda, televisori a schermo piatto e computer superveloci, ha come risultato la creazione di apparecchiature elettroniche obsolete, spesso piene di sostanze chimiche tossiche come piombo, mercurio e ritardanti di fiamma bromurati.

La verità è che gli europei preferiscono mandare i loro rifiuti elettronici in Africa per riciclarli invece di rispettare a casa propria la direttiva europea sull'e-waste o in Italia le nuove norme sui Raee. Questo avviene purtroppo anche carpendo la buona fede di qualche Onlus occidentale, che crede magari di inviare ai poveri computer ancora utilizzabili ma che, quando arrivano in Africa difficilmente vanno a finire nelle baraccopoli senza luce ed acqua e molto più facilmente finiscono sventrati e bruciati nelle discariche a cielo aperto.
L'inchiesta "Shady e-waste trade" di Greenpeace porta le prove che i rifiuti vengono illegalmente importati in Ghana dall'Europa e dagli Usa e scopre la sporca catena che lega lo smaltimento di questi rifiuti e la contaminazione dell'ambiente e dei lavoratori africani. "Nei cantieri i lavoratori non sono protetti - dice Greenpeace - in molti i bambini smantellano computer e televisori con poco più che pietre, in cerca di metalli che possano essere venduti. La plastica restante, i cavi e i telai vengono bruciati oppure semplicemente gettati via. Alcuni dei campioni prelevati contengono metalli tossici, tra i quali il piombo, cento volte superiori ai livelli limite. Altre sostanze chimiche, tra cui i ftalati, alcuni dei quali sono noti per interferire con la riproduttività sessuale, sono stati trovati nella maggior parte dei campioni esaminati. Un campione conteneva anche un elevato livello di diossine clorurate, note per essere cancerogene".
Kevin Bridgen, e la sua unità scientifica hanno visitato anche impianti abusivi di riciclaggio in Cina ed India, trovando sempre bambini al lavoro in condizioni ambientali terribili e sottolineano che "Molte delle sostanze chimiche che vengono rilasciate sono altamente tossiche, alcune possono incidere sullo sviluppo del sistema riproduttivo dei bambini, altre possono influenzare lo sviluppo cerebrale e del sistema nervoso. In Ghana, Cina ed India i lavoratori, molti dei quali bambini, sono esposti a tali sostanze chimiche pericolose". Una situazione comunque non molto diversa dal punto di vista ambientale da quel che succede per il trattamento dell'e-wate in alcuni dei Paesi recentemente entrati nell'UE ed anche in un bel pezzo di Italia, dove l'unico smaltimento praticato per i rifiuti elettronici è quello dell'accumulo in discariche non autorizzate o della spedizione illegale nei Paesi in via di sviluppo. In Ghana infatti arrivano container pieni di computer, monitor e tv rotti, marchiati Philips, Canon, Dell, Microsoft, Nokia, Siemens, Nokia e Sony, provenienti dalle civili e riciclone Germania, Corea, Svizzera, Olanda, o magari da qualche porto italiano, contrassegnati addirittura con il marchio di qualità falso "second-hand goods". Il trucco secondo Greenpeace è semplice: "Esportare e-waste dal'Europa è illegale, ma esportare vecchi prodotti elettronici per il riutilizzo consente a commercianti senza scrupoli di fare profitti con il dumping dell'old electronics in Ghana. La maggioranza del contenuto dei conteiners che raggiungono il Ghana finisce nei cantieri di rottami per essere schiacciato e bruciato da lavoratori non protetti". Il rapporto di Greenpeace sottolinea che per ottenere un container con alcuni computer riutilizzabili bisogna accettare che sia pieno di televisori rotti e spazzatura elettronica. Un cambio sempre più proposto dagli operatori occidentali.
Così i Paesi africani si stanno avvelenando con i rifiuti del consumismo elettronico occidentale.
Secondo Greenpeace, la soluzione sta nell'eliminazione graduale da parte delle grandi aziende delle sostanze chimiche tossiche e nell'introdurre e far rispettare davvero i sistemi di riciclaggio globale.
"Entrambi questi passaggi sono essenziali per far fronte alla marea crescente di sostanze tossiche del'e-waste - si legge nel rapporto - Alcune aziende stanno compiendo progressi riguardo l'assunzione di responsabilità per l'intero ciclo di vita dei loro prodotti. Tuttavia, Philips e Sharp si distinguono per il loro rifiuto di accettare di essere responsabili del riciclaggio dei loro vecchi prodotti. La posizione di queste potenti multinazionali è la garanzia che ci sarà sempre un divario digitale che preferiscono rimanga nascosto, un pericoloso divario tra i lavoratori non protetti dei Paesi in via di sviluppo e una sinistra eredità tossica".